Vivere “per sempre” causerebbe un’estrema avversione al rischio

C’è una teoria secondo cui, se potessimo vivere per un tempo indefinitamente lungo, potremmo diventare estremamente restii a correre qualunque rischio, anche il più insignificante. Al momento, quando si muore, a prescindere da quando ciò accada si perde “solo” una manciata di decadi di vita al massimo, perché prima o poi si sarebbe morti di vecchiaia in ogni caso. Tuttavia, secondo la teoria in questione, se si potesse vivere per un tempo indefinito, nel momento in cui si morisse si perderebbe nientepopodimeno che l’eternità; ne conseguirebbe che, onde evitare una simile, devastante perdita, la gente non si azzarderebbe più neppure ad attraversare la strada per paura di morire (magari per colpa di un vaso che casca giù da un davanzale), e che dunque la vita sarebbe resa del tutto insopportabile dall’estremo parossismo.

Il problema di questa teoria è che si basa su un assunto errato, e cioè che la ragione per la quale si accetterebbe di correre un qualsiasi rischio sarebbe che tanto prima o poi si muore ogni caso: perché prendiamo un aereo per andare in vacanza all’altro capo del mondo? Perché tanto quando saremo vecchi moriremo comunque; perché facciamo un giro sulle montagne russe? Perché presto o tardi il tristo mietitore ci falcerebbe lo stesso; perché usciamo senza l’ombrello, anche se sembra che potrebbe piovere? Perché tanto la polmonite ci stroncherebbe solo qualche decennio prima del previsto. Vale la pena notare come questo ragionamento fornisca un’ottima risposta persino ad un’antica questione irrisolta: perché la gallina ha attraversato la strada? Perché si vive una volta sola.

Questo modo di ragionare non è degno né di persone e né di galline intelligenti. Quello che occorre prendere in considerazione sono i rischi e i benefici che una certa azione comporterebbe. Ad esempio, supponiamo che Mario, 40 anni, prenda un aereo da Roma a New York per una vacanza di due settimane. Per quanto estremamente improbabile, è possibile che l’aereo precipiti nell’Atlantico durante il volo, nel qual caso Mario morirebbe. Se l’aereo non cade, Mario si fa la sua bella vacanza; però, se l’aereo dovesse cadere, non solo Mario si perderebbe la vacanza, ma anche il resto dei suoi giorni. A 40 anni, non è che Mario sia più un baldo giuovine, però altri 40 anni di vita probabilmente ce li avrebbe ancora. Il “valore” che si attribuisce a una vacanza di due settimane o a 40 anni di vita è ovviamente soggettivo e opinabile, però sembra ragionevole pensare che, per due settimane di vacanza a New York, non valga la pena rischiare 40 anni di vita. Dopotutto, in 40 anni di cose se ne possono fare parecchie, tutte altrettanto (o magari anche più) gratificanti di una vacanza di due settimane. Ma allora perché Mario ha preso quell’aereo? Forse perché, se l’aereo precipitasse, lui perderebbe “solo” 40 anni di vita? Forse pensa che valga la pena rischiare di perdere 40 anni della sua vita per due settimane a New York? Chi lo sa, magari se di anni ne rischiasse 80, 90, o 120, ci penserebbe due volte prima di salire sull’aereo.

Non credo. Con ogni probabilità, la ragione per cui Mario ha preso l’aereo non ha nulla a che fare con quanto a lungo Mario pensasse di avere ancora da vivere. Piuttosto, Mario avrà tenuto conto del fatto che il rischio di morire in un incidente aereo è insignificante. Se Mario avesse saputo di per certo che l’aereo aveva almeno un 50% di probabilità di precipitare, l’avrebbe preso lo stesso? Ne dubito, quantomeno non per una vacanza: supponiamo che, invece che per andare a spassarsela, Mario abbia bisogno di prendere quell’aereo per fuggire da un Paese dilaniato dalla guerra civile, in cui ogni giorno ha l’80% di probabilità di morire. All’improvviso, quel 50% di probabilità che l’aereo cada non suona più così male, vero? Farebbe certo meglio a correre un rischio di morte del 50% una sola volta, anziché l’80% ogni giorno. Entrambe sono delle gran brutte probabilità, ma la prima è assai meglio della seconda.

Se la tesi dell’obiezione oggetto di questo articolo fosse vera, una sua interessante implicazione sarebbe che un individuo a cui fosse rimasto poco tempo da vivere dovrebbe tendere a correre più rischi del normale, perché tanto non avrebbe molto da perdere. In effetti, succede: ogni tanto si sente parlare di malati terminali che si danno al paracadutismo acrobatico o cose del genere, anche se non ho sottomano delle statistiche affidabili per stabilire quanto rara (o frequente) sia questa tendenza. Tuttavia, gli anziani – compresi quelli così avanti negli anni da poter essere considerati pazienti geriatrici terminali – generalmente non sono inclini a correre più rischi (alti o bassi) dei giovani. Difatti, sebbene abbiano solo una decina o due di anni da vivere, durante una giornata di pioggia potrebbero benissimo decidere di starsene a casa anziché uscire, per evitare di buscarsi un raffreddore. Perché? Molto probabilmente perché sanno che, alla loro età, un raffreddore ci mette poco a trasformarsi in qualcosa di più serio e potenzialmente fatale. Le probabilità di morte degli anziani sono maggiori di quelle dei giovani, ma d’altra parte, morendo hanno meno da perdere; ciononostante, generalmente preferiscono evitare ogni rischio che possa togliere loro quel poco di vita che gli è rimasto.

La differenza comportamentale che si osserva tra gli anziani e i malati terminali potrebbe essere spiegata in termini della loro diversa percezione della vita che gli resta. Di solito, i malati terminali sanno con una certa precisione quanto rimane loro da vivere; probabilmente, il loro medico gli ha detto che gli restano sei mesi o un anno. Gli anziani sanno di non aver molto tempo, ma di solito non sanno quanto con esattezza. Mi azzardo a supporre che, nel caso degli anziani, potrebbe sembrar loro che il loro destino non sia ancora stato scritto, al contrario di quello dei malati terminali.

Sia come sia, appare abbastanza chiaro che le persone tengono molto alla vita che gli rimane, a prescindere da quanto questa sia lunga o breve; la metterebbero a rischio solo se ritenessero che i potenziali benefici del rischio fossero più preziosi della vita che gli resta, oppure se il rischio di perdere la vita fosse trascurabile. Se l’invecchiamento fosse sconfitto, si potrebbe vivere “per sempre”; dunque, ogni qualvolta si mettesse il naso fuori dalla porta, si correrebbe il rischio di giocarsi l’eternità per colpa di un automobilista distratto o del contrappeso di una gru penzolante da un cavo non troppo robusto. La perdita potenziale sarebbe sempre enorme (una vita dalla durata indefinita), ma di fatto, il rischio di questa perdita sarebbe in generale ridicolmente basso. Per di più, potrebbe diventare sempre più basso col passare del tempo, per esempio grazie ad una più efficace prevenzione degli incidenti e continui miglioramenti alle misure di sicurezza. È ovvio concludere che, se la vita umana fosse di durata indefinita, non ci sarebbe ragione di diventare paranoici a causa di rischi assolutamente trascurabili solo perché la perdita potenziale sarebbe molto alta; qualcuno potrebbe anche preoccuparsi troppo, ma direi che si tratterebbe solo di casi patologici eccezionali, di certo non la norma.

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