La morte dà senso alla vita

Avrete sicuramente sentito ripetere questa frase un catafurgio cubico di volte. È proprio il genere di affermazione che si assume essere profondamente filosofica e pregna di significato quasi per definizione. Non vi sorprenderà sapere che chi la vedesse così non mi troverebbe d’accordo.

Alcuni concetti – chiaro e scuro, o felice e triste – potrebbero essere difficili da cogliere senza il loro opposto. Ad esempio, se non si è mai stati tristi, non si può essere sicuri di quanto sia diverso dall’essere felici. Ad ogni modo, ciò non significa necessariamente che non si possa godersi la felicità se non c’è la tristezza, e per di più, quest’idea non si applica necessariamente a tutto. Direste che non si può apprezzare la salute se prima non si è stati malati? Peggio ancora, faremmo forse meglio a non curare qualche malattia, cosicché possiamo ammalarci una volta ogni tanto e dunque ricordarci di apprezzare la salute? Ho una mezza idea che non la vediate in questo modo, e probabilmente siete perfettamente in grado di apprezzare il non soffrire di un certo male anche se non l’avete mai avuto – magari anche se non sapete neppure che quel male esiste. Voglio dire, io sono perfettamente in grado di apprezzare la sensazione di non ricevere un calcio nei maroni anche se non ne ho mai ricevuto uno prima. In modo del tutto simile, per potermi godere la vita non occorre che prima o poi io muoia, e potrei godermela anche qualora morire fosse per me impossibile. Per altro, visto che non ci sono esempi reali di gente immortale che non riesce a godersi la vita proprio perché è immortale, non sono sicuro di come si possa giungere alla conclusione che la morte sia indispensabile per godersi la vita, o affinché questa abbia senso.

Ma forse questo non è ciò che si intende quando si dice che la morte dà senso alla vita. Forse, quello che si intende è che, come per qualunque altra esperienza, si perderebbe interesse nella vita se questa si protraesse troppo a lungo, e dunque presto o tardi essa diventerebbe ingodibile e non ci sarebbe speranza di rimediare. Mi permetto di dissentire.

La vita non è un’esperienza. È una collezione di esperienze. Quello di cui ci si può scocciare è un qualunque numero finito di esperienze che si possono fare durante la vita, ma non ci si può scocciare di un numero infinito di esperienze, per la semplice ragione che un numero infinito di esperienze non si potrebbe mai fare, neanche se si vivesse “per sempre”. (Se esista o meno un numero infinito di esperienze possibili è discutibile, ma sia come sia, ho difficoltà ad immaginare chicchessia dire: “Cazzarola! Ho fatto tutto quello che sarebbe mai possibile fare, e adesso sono a corto di opzioni.”) Non ci si scoccia della vita; ci si scoccia di quello che si fa nella vita, il che può essere cambiato.

Be’, ma forse, ad un certo punto, si potrebbe non avere nemmeno più voglia di provare cose nuove, ma solo di morire. Succede. Solo che si chiama “grave depressione”, generalmente è considerata una gran brutta malattia, e non credo esista un’età alla quale faccia bene essere depressi. Chiunque sano di mente sarebbe preoccupato per voi se andaste a dirgli che volete morire, a prescindere dalla vostra età. Quando la gente risponde alla domanda “A che età vorresti morire?” dicendo “Quando sarò vecchio”, implicitamente ammette che, per come stanno le cose adesso, la vita di un anziano lascia talmente tanto a desiderare che tanto varrebbe che morisse, ma ciò non sarebbe più vero se la gente potesse ringiovanire, perché sarebbe nuovamente sana e perfettamente in grado di godersi la vita. Non si “vuole” morire da vecchi perché appunto si è vecchi; lo si vuole (se lo si vuole) perché al momento essere vecchi significa essere più malati di quanto si possa tollerare. (E, diciamocelo, anche perché si preferisce morire poi piuttosto che prima.)

Taluni sostengono che sapere che il tempo a propria disposizione è limitato funga da motivazione, e che senza di questa non si farebbe altro che oziare. Si tratta di un’argomentazione piuttosto tipica, ma molto vaga, per tentare di razionalizzare la morte, e che sa molto di appello alla “saggezza” popolare. Anzitutto, non è universalmente vero che avere solo un tempo limitato sia fonte di motivazione nella vita. C’è gente che della propria vita non ne farebbe un tubo anche se avesse millenni a disposizione, e ci sono altri che, in cinque minuti di tempo, ci infilano di tutto e di più. Dipende dalle persone, e non da quanto tempo queste abbiano a disposizione. Ad alcuni (per esempio, a me) farebbe davvero piacere avere del tempo extra, perché la loro lista di cose che vorrebbero fare è troppo lunga per poter fare tutto quel che contiene, data la durata della vita corrente. Essere costretti a scegliere per mancanza di tempo risulta in scelte sbagliate più spesso di quanto non si pensi.

In secondo luogo, se accettassimo l’osservazione secondo la quale avere solo un tempo limitato sarebbe una motivazione indispensabile, dovremmo inevitabilmente concludere che le nostre passioni e i nostri interessi non sono motivazioni sufficienti; per fare alcunché, avremmo anche bisogno di pressione. Secondo questa logica, la fretta è condizione necessaria per fare qualsiasi cosa: se non fossimo di fretta, non faremmo nulla di nulla. Scempiaggini: non siamo certo così sfaticati, dico bene? Se una cosa ci appassiona davvero, allora la faremo a prescindere dal tempo che abbiamo a disposizione per farla. Dedicarsi a qualcosa che si ama non è la stessa cosa che dover lavare i pavimenti. Si tende a procrastinare solo quando quel che c’è da fare non piace: difficilmente si rimanderebbe ciò che piace fare solo perché si ha molto tempo per farlo. Se il solo modo di spingermi a fare una cosa che mi piace fosse la minaccia del tempo limitato a mia disposizione, probabilmente sarebbe meglio che non facessi proprio niente: non solo significherebbe che, chiaramente, la cosa in questione non mi piaceva poi tanto, ma probabilmente farei anche un pessimo lavoro, come spesso accade quando si fanno le cose di fretta.

La morte non dà senso alla vita. Al contrario, direi che la priva di senso. Il “senso” non è una proprietà intrinseca di alcunché: necessita di un osservatore che lo attribuisca alle cose. Di per sé, cose ed eventi non significano assolutamente nulla, e non hanno alcun senso. Quando una persona muore, un osservatore cessa di esistere. Se voi moriste, dal vostro punto di vista, che foste nati e poi morti, o che non foste nati affatto, sarebbe esattamente la stessa cosa: sareste morti, non ci sareste più, non potreste ricordare ciò che avevate fatto in vita, non potreste sentire, non potreste vedere, semplicemente non esistereste. Per quanto vi riguarderebbe, l’intero universo potrebbe anche non essere mai esistito, perché tanto voi non percepireste più assolutamente nulla, non ci sarebbe alcun “voi”. Naturalmente, anche se foste morti, la vostra esistenza potrebbe aver contribuito a dare un senso a quella degli altri, ma per l’appunto sarebbe stata la vostra esistenza, non la vostra morte, a dare tale contributo. Sono d’accordo che la mortalità possa far vedere le cose in modo diverso da come le vedrebbe un immortale, ma si può essere mortali per sempre senza mai morire: se si è immortali, significa che non si può morire; invece, se si vive “per sempre” significa solo che non si muore mai, non che sia impossible morire. Chi vivesse “per sempre” sarebbe semplicemente abbastanza bravo o fortunato da evitare la morte per un tempo molto, molto lungo, ma in ogni caso non potrebbe sapere di per certo se morirà mai oppure no.

In conclusione, le esperienze che facciamo e le cose a cui ci dedichiamo danno senso alla nostra vita, non il fatto che un giorno non esisteremo più. L’affermazione che non si sarebbe in grado di apprezzare la vita se questa durasse “per sempre” è del tutto infondata, e non c’è modo di dimostrarla. La ragione per cui questo sciocco luogo comune viene perpetuato è che permette di trattare la morte come se non fosse un problema: se va bene morire prima o poi, allora non c’è ragione di preoccuparsi della morte; e la gente adora non avere di che preoccuparsi.

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