Spazio, ambiente, risorse, e occupazione

Perché ci preoccupiamo della sovrappopolazione? Perché è un problema? I motivi sono tanti. Potrebbe non esserci spazio a sufficienza per tutti, non abbastanza lavoro per tutti, o non abbastanza risorse. Inoltre, una popolazione troppo numerosa potrebbe significare maggiore inquinamento dell’ambiente, forse più del tollerabile.

Tutti questi problemi, benché potenziali, meritano attenzione. Perciò, in questo articolo faremo un po’ di conti. Potete leggerlo per intero, oppure andare direttamente alla sezione che vi interessa di più.

Spazio

Secondo le Nazioni Unite, lo spazio minimo necessario affinché una persona possa vivere decentemente è di 20 m2. Quanto spazio abbiamo sulla Terra?

La superficie totale delle terre emerse è circa 148.939.063,133 km2, di cui metà è occupata da deserti, montagne, e altri terreni non idonei a viverci; ciò significa che, in realtà, 0,5*148.939.063,133 km2 = 74.468.531,57 km2 sono adatti per l’uso umano; di questi, supponiamo di riservarne solo un decimo per le persone, e che il resto sia riservato per coltivazioni, foreste, fabbriche, e via dicendo. L’area adibita ad uso abitazione sarebbe dunque di 7.446.953,157 km2, cioè circa 7.446.953.157.000 m2. Se suddividessimo quest’area in quadrati di 80, anziché 20, metri quadri a persona, otterremmo circa 93.086.914.462 quadrati. In altre parole, potremmo collocare 93 miliardi di persone (quasi 12,4 volte la popolazione attuale) in un decimo della superficie abitabile stimata del pianeta, con 80 m2 di spazio ciascuno – figuriamoci se usassimo più che solo un decimo della superficie abitabile.1

Se si considera che siamo in grado di costruire condomini e grattacieli, ci vuol poco ad accorgersi che di spazio ne abbiamo per ben più che i 93 miliardi di cui sopra. Decisamente non abbiamo problemi di spazio. (Se Wikipedia come fonte di informazioni vi fa storcere il naso, questa pagina e quest’altra forniscono stime del tutto simili per la superficie delle terre emerse e degli oceani.)

Naturalmente, ciò non significa che possiamo continuare a sfornare persone come cornetti e sperare che ci sia sempre spazio per tutti; presto o tardi la situazione si sarà fatta un tantinello affollata. Se avessimo una popolazione di 90 miliardi di persone oggi, direi che la cosa sarebbe leggermente catastrofica, perché non abbiamo le infrastrutture necessarie per gestire una popolazione del genere. Il senso del mio discorso finora non è che dovremmo avere una popolazione di 90 miliardi; il senso è che, se abbiamo spazio per 90 miliardi, allora abbiamo spazio anche per una popolazione minore di 90 miliardi, ma maggiore di quella attuale.

Ad ogni modo, prima che la popolazione mondiale possa raggiungere svariate decine di miliardi passerà un bel po’ di tempo, e infatti, con o senza ringiovanimento, è improbabile che si arrivi mai a quel punto. Ne parlerò più in dettaglio in Dinamiche demografiche, ma per il momento sappiate che anche nella peggiore delle ipotesi occorreranno almeno cento anni prima che si possano raggiungere i 30 miliardi circa; di arrivare a 90 nello stesso tempo non se ne parla nemmeno. Dati i tempi lunghissimi, è un po’ prematuro preoccuparsi adesso di questo (potenziale) problema, un po’ come lo sarebbe preoccuparsi oggi della morte del sole.

Da quello che ne sappiamo, il sole esploderà e inghiottirà la Terra entro qualcosa come cinque miliardi di anni. Oggi come oggi, non avremmo la benché minima idea di come risolvere questo problema. Ciononostante, non è irragionevole supporre che anche solo in poche centinaia di migliaia di anni potremmo avere tecnologie e conoscenze che rendano il problema di facile risoluzione: ad esempio, potremmo disporre di tecnologie per viaggi interstellari, o forse potremmo persino essere in grado di rivitalizzare le stelle. È difficile predire cosa saremo in grado di fare allora, ma potete scommettere che avremo un’idea della situazione più chiara di quanto non abbiamo oggi, e avremo mezzi più adatti a risolvere il problema. In modo del tutto simile, prima che la popolazione mondiale possa raggiungere decine e decine di miliardi, ci si può aspettare che la colonizzazione di oggetti celesti vicini (come la Luna o Marte), sarà cosa già comune o lì per diventarlo. (Elon Musk, il proprietario della Tesla Motors e di SpaceX, sta già facendo pressioni adesso affinché si prenda la colonizzazione spaziale in più seria considerazione.)

Riassumendo: sulla Terra c’è spazio in abbondanza, e quand’anche dovessimo esserne a corto, ci vorrà talmente tanto tempo che è più che probabile che di spazio ne avremo già altrove.

^ Torna al sommario ^

Ambiente e risorse

La sovrappopolazione è un problema complesso. Se anche non siamo troppi rispetto allo spazio disponibile, lo potremmo benissimo essere rispetto alle risorse disponibili, oppure semplicemente potremmo essere troppi nel senso che la popolazione corrente è troppo numerosa per non avere un impatto ambientale fortemente negativo. Dato il nostro livello tecnologico attuale, una popolazione di 30 miliardi di individui sarebbe assolutamente fuori questione per diversi motivi. Parlando d’ambiente, una popolazione di tali dimensioni che usasse la tecnologia odierna farebbe schizzare la quantità di gas serra alle stelle. In due parole, livelli alti di gas serra nell’atmosfera sono la causa del riscaldamento globale, il che a sua volta causa tutta una serie di fenomeni piuttosto seccanti, come ad esempio tempeste più violente del normale, aumento del livello del mare, e oceani più acidi. La quantità di gas serra che ognuno di noi produce in una certa unità di tempo è chiamata carbon footprint (letteralmente & orribilmente, “impronta del carbonio”). I gas serra vengono prodotti anche da fenomeni naturali, ma sappiamo di per certo che anche diverse attività umane contribuiscono al problema, tra cui produzione di energia, trasporti, produzione di cibo e tessili, e altre ancora. La cattiva notizia è che la quantità di gas serra è già talmente alta che il riscaldamento globale è iniziato; quella buona è che siamo consci del problema e abbiamo già iniziato a lavorare alla sua risoluzione.

Produzione d’energia

I nostri metodi di produzione d’energia sono in buona parte ancora piuttosto primitivi, e contribuiscono al rilascio di ancora più gas serra nell’atmosfera, o comunque hanno altri impatti ambientali negativi, come nel caso del famigerato carbone, del petrolio, e in parte anche dei biocombustibili. Alternative più amichevoli per l’ambiente esistono già, tra cui ad esempio l’energia solare, quella eolica, quella idroelettrica, e persino il cosiddetto carbone pulito. Persino la fissione nucleare, che in tanti guardano storto, è un’opzione migliore delle fonti d’energia tradizionali: il suo impatto ambientale è minore di quello del carbone & compagnia cantante, sebbene presenti dei rischi in termini di combustibile esaurito e fusione del nocciolo del reattore, ad esempio.

Il fabbisogno energetico del mondo è aumentato con il passare del tempo, e man mano che più parti del mondo diventano sempre più sviluppate, quest’andamento è destinato a continuare. Inoltre, è ovvio che se la popolazione aumenta, anche il nostro fabbisogno energetico aumenterà di conseguenza, il che potrebbe avere impatto ancora più negativo sull’ambiente, a meno che non si riescano a sviluppare soluzioni più intelligenti per la produzione di energia.

Fare più uso di fonti di energia rinnovabili (cioè le alternative di cui parlavo prima) è senza dubbio una possibilità. Non saprei dire se al momento sia possibile far funzionare l’intero pianeta esclusivamente con energie rinnovabili; alcuni dicono di sì (sebbene non è che siano esattamente neutrali), altri ancora dicono di no, e la questione rimane aperta. (Vi interessa saperne di più? Leggete questo o quest’altro articolo, ad esempio). Ad ogni modo, per lo scopo che mi prefiggo con questo articolo, la domanda è un’altra, e cioè: se per ipotesi il ringiovanimento causasse un incremento eccessivo della popolazione, ci sarebbe modo di soddisfare i bisogni energetici di quest’ultima, possibilmente senza distruggere il pianeta? La risposta è sì, molto probabilmente, grazie alla fusione nucleare.

Sfortunatamente, la parola “nucleare” è diventata sinonimo di scenari apocalittici a tema distruzione, avvelenamento da radiazioni, cancro, e chi più ne ha più ne metta, ma sarebbe davvero ora che la smettessimo di pensare in questo modo. La fissione nucleare può causare problemi simili, ma la fusione nucleare è tutta un’altra faccenda.

La fissione nucleare, così come la si intende per la produzione d’energia, è il processo in cui i nuclei atomici vengono scissi in nuclei più piccoli tramite un bombardamento di neutroni. In parole povere, si spara un neutrone ad un atomo e lo si spezza in due, il che causa il rilascio di una certa quantità di energia (che viene raccolta) e di altri neutroni. L’atomo che viene spezzato (generalmente di uranio o plutonio) è circondato da molti altri, i quali vengono presto o tardi colpiti dai neutroni generati dalla scissione precedente, dando vita ad una reazione a catena. Questa è la ragione per cui la fissione è pericolosa se si perde il contenimento: la reazione potrebbe propagarsi all’esterno del reattore e fare uno sfacelo.

La fusione, invece, non è una reazione a catena. La fusione nucleare è la stessa forza che fa brillare il sole. In pratica, una stella come il sole è così gigantesca che l’idrogeno che contiene è soggetto ad una pressione enorme. Questa pressione fa sì che i nuclei atomici si fondano assieme in nuclei più pesanti, producendo quantità enormi di energia. La fusione alla maniera delle stelle sarebbe un po’ poco pratica da ottenere qui sulla Terra, per cui l’enorme pressione necessaria allo scopo di mantenere una reazione di fusione deve essere ottenuta in altri modi – ad esempio, comprimendo il combustibile grazie a potenti laser. Il contenimento è parte essenziale anche della fusione, ma non tanto per questioni di sicurezza, come nel caso della fissione; è importante per mantenere la reazione. Se una reazione di fusione artificiale perdesse il contenimento, il risultato sarebbe che il gas compresso si espanderebbe subito, toccando le pareti del reattore e dunque raffreddandosi. Man mano che il gas si raffredda e si diffonde, la sua pressione precipita, il che arresta la reazione. Mentre una reazione a fissione può propagarsi al di fuori del reattore, la natura stessa delle reazioni a fusione gli impedisce di farlo. Semplicemente, non è possibile.

Al di là del fatto che la fusione è molto più sicura della fissione, ha molti altri vantaggi rispetto a quest’ultima, come ad esempio il combustibile facilmente reperibile, la promessa di energia pressoché infinita a costo quasi zero, e nessuna emissione di gas serra. Se vi interessa saperne di più potete guardare questo video (in inglese) di Kurzgesagt. (Potrebbero interessarvi anche i loro altri video sull’energia nucleare.)

Al momento, però, non abbiamo ancora energia da fusione. La battutina dei saccentoni scettici è che è da cinquant’anni che la fusione arriverà tra cinquant’anni; questo però dimostra solo quanto pirla e irrispettosi possano essere, non solo verso la difficoltà del problema, ma anche verso gli sforzi degli scienziati che cercano di risolverlo. La fusione è già stata ottenuta numerose volte; il problema è che al momento non è una soluzione conveniente, perché avviare la reazione richiede molta più energia di quanto questa non ne produca, ma sono stati fatti molti progressi. Ci sono diversi prototipi di reattori a fusione che dovrebbero entrare in funzione nell’arco di 20 o 30 anni, tra cui ITER, lo “stellerator” Wendelstein 7-X (che di recente ha compiuto progressi entusiasmanti), e DEMO; altri progetti, come High-Beta Compact Fusion Reactor di Lockheed Martin e Magnetised Target Fusion Reactor di General Fusion, sono in corso d’opera. Presto o tardi qualcuno risolverà la questione una volta per tutte, al che tutti i vari sapientoni della domenica dovranno trovarsi qualcos’altro di cui sparlare a vanvera.

Riassumendo: ci sono modi di soddisfare il fabbisogno energetico di una popolazione molto, molto, MOLTO più numerosa, con un impatto ambientale molto, molto, MOLTO ridotto. È solo una questione di pazienza e olio di gomito.

^ Torna al sommario ^

Produzione di cibo

Proprio come la produzione di energia, la produzione di cibo presenta (almeno) due problemi: saremmo in grado di produrre cibo a sufficienza per sfamare una popolazione molto più numerosa? Oltretutto, sarebbe fattibile senza danneggiare l’ambiente?

Iniziamo dai soliti sospetti: carne, pesce, e latticini. Tutti questi prodotti sono al quanto problematici, non solo in termini etici ma anche in termini del loro impatto ambientale. Ad esempio, secondo Livestock’s long shadow (“la lunga ombra del bestiame”), un rapporto della Food and Agriculture Organisation (FAO), il bestiame che alleviamo contribuisce in modo molto significativo all’emissione di gas serra, richiede fino al 70% della terra destinata all’agricoltura, e dà origine a circa l’8% del nostro consumo d’acqua. Sebbene si potrebbero mangiare un po’ meno carne e latticini, specialmente nei Paesi industrializzati, se la popolazione mondiale dovesse (ripeto, in via del tutto ipotetica) raddoppiare o triplicare a causa del ringiovanimento, è assai probabile che la domanda globale di questo genere di prodotti aumenterebbe di conseguenza. Frutta e verdura non sono esenti da problemi: qualora fosse necessario, avremmo terra a sufficienza per coltivarne molti di più rispetto ad oggi?

Parlando di carne e latticini, la soluzione potrebbe essere rappresentata da prodotti creati in laboratorio. Probabilmente avete già sentito parlare della carne creata in laboratorio, e sapete che sta per arrivare. Il primo hamburger creato in laboratorio (diciamo un lab-burger) è stato creato nel 2013, ed è costato la bellezza di 325.000$, ma adesso il costo è precipitato a 11$ ad hamburger. Nuove aziende quali Super Meat e Memphis Meats hanno fatto il loro ingresso in campo e stanno lavorando a metodi economici per creare carne sicura e deliziosa (pollame incluso). Va da sé che la carne creata in laboratorio offrirebbe tutta una serie di vantaggi: niente sofferenze animali; drastica riduzione delle terre necessarie alla produzione (perché di norma i laboratori sono un po’ più piccini dell’allevamento medio); maggior produzione a minor costo (non occorre allevare e nutrire interi animali, ci si limita a creare solo la carne che occorre); eliminazione dei gas serra causati dalla digestione degli animali (avete capito bene: troppe scoregge di mucca fanno male all’ambiente); zero rischi di patogeni nella carne e zero necessità di utilizzare antibiotici (perché gli animali “veri” che pascolano per i campi o bazzicano gli allevamenti possono essere esposti ad ogni sorta di agenti patogeni, mentre la carne creata in laboratorio si trova fin dall’inizio in un ambiente totalmente sterile); maggior valore nutrizionale (se ci creiamo la carne da noi, possiamo far sì che contenga meno grassi o più proteine di un certo tipo, ad esempio). La carne non è l’unico cibo che si possa creare in laboratorio: anche frutti di mare, bianchi d’uovo, e latticini sono possibili. Perfino il cuoio (magari quello non lo mangiamo, ma comunque…). Non voglio saltare alle conclusioni, ma metodi di produzione di cibo più sostenibili, efficienti, economici, a basso impatto ambientale e sugli animali sembrano essere non solo possibili, ma implementabili nel prossimo futuro, ben prima che qualsiasi potenziale balzo della popolazione possa aver luogo.

Similmente, l’utilizzo di organismi geneticamente modificati (OGM, o in inglese GMO) potrebbero essere la chiave per ottenere raccolti migliori e più abbondanti. Al momento, gli OGM si trovano al centro di una feroce controversia, che in realtà è una tempesta in un bicchiere d’acqua priva di qualsivoglia fondamento. Perdonate la franchezza, ma la questione si può riassumere molto facilmente: la gente non capisce un tubo di scienza, sclera ogni qualvolta sente paroloni come “genetico” o “creato in laboratorio”, e ha una passione maniacale per le teorie del complotto in cui le grandi multinazionali giocano sempre e solo il ruolo di supercattivi, mentre il Mario Rossi qualunque, senza la minima competenza scientifica, in qualche modo ha capito tutto di tutto (probabilmente perché gliel’ha spiegato suo cugggino che ha fatto il militare a Cuneo) e ha smascherato il loro terribile piano per la dominazione del mondo. La verità è tutt’altra: gli OGM esistono pressoché da che esiste l’agricoltura, creati per millenni tramite selezione genealogica, e cioè in soldoni ingegneria genetica fatta manin manella, assai più lenta e meno precisa dell’ingegneria genetica moderna. Sia l’Organizzazione Mondiale per la Sanità e la Food and Drugs Administration americana hanno detto e ripetuto che gli OGM presenti sul mercato sono sicuri e nutrienti tanto quanto il cibo tradizionale. Non solo: possono essere creati per resistere ai parassiti, per ottenere raccolti più abbondanti, e offrono tutta una serie di vantaggi ambientali ed economici. Chi afferma che gli OGM sono il Male™ per definizione non ha la benché minima idea di cosa vada cianciando, e i famigerati studi che dimostrerebbero che gli OGM fanno male sono stati smontati e rismontati. Potete trovare maggiori informazioni sull’argomento qui e qui.

Anche tecniche quali l’acquaponica, l’idroponica, e l’aeroponica possono essere utilizzate allo scopo di migliorare la produzione riducendo l’impatto ambientale. Per saperne di più, potete dare un’occhiata a  questo articolo su LEAF.

^ Torna al sommario ^

Altro

C’è sicuramente una miriade di altri problemi che potrebbero essere causati dall’eccessiva crescita demografica, e sarebbe sciocco da parte mia pensare di poterli discutere tutti. Come ultimo esempio, prendiamo in esame i trasporti. Automobili, navi, aeroplani, e compagnia bella rilasciano tonnellate di gas serra nell’atmosfera. Certamente presto o tardi il petrolio sarà finalmente finito, ma prima di allora saremo riusciti ad inquinare l’atmosfera molto di più di adesso, e in ogni caso occorre pensare ad un’alternativa prima che il petrolio finisca. Le automobili elettriche, come ad esempio le famose Tesla, sono parte della soluzione, e potrebbe essere possibile usare anche aeroplani elettrici. In modo particolare, se la fusione nucleare dovesse finalmente andare in porto, in futuro si potrebbe essere in grado di costruire reattori sempre più piccoli per alimentare aerei e navi. (La propulsione a fissione esiste già; se la fusione dovesse funzionare, non sarebbe azzardato pensare che si potrebbe fare la stessa cosa.)

Il succo è che, man mano che la tecnologia di cui disponiamo viene raffinata e perfezionata, possiamo aumentare la capacità portante del pianeta, e renderlo in grado di supportare una popolazione umana ben più numerosa di oggi. Questa quantità è un numero tutt’altro che fisso, e dipende in massima parte dalla nostra capacità futura di massimizzare l’efficienza della nostra tecnologia minimizzandone l’impatto ambientale (e minimizzando anche quello del nostro stile di vita).

^ Torna al sommario ^

Occupazione

La disoccupazione è già un bel problema oggigiorno, nonostante il fatto che tutti invecchiamo, ci ammaliamo, andiamo in pensione, e moriamo; figuriamoci se non invecchiassimo mai e avessimo sempre più gente che necessita un lavoro. Sembra ovvio, non è vero? Verissimo, ed è proprio per questo che dovreste essere sospettosi. Mai fidarsi di ciò che appare ovvio a prima vista.

Questo discorso è un po’ un vaso di Pandora, e bisognerà aprirlo almeno un po’. Ad ogni modo, le ramificazioni dell’argomento sono troppe e solo marginalmente rilevanti nel contesto di questo articolo (per non parlare del sito!), per cui spero non me ne vogliate se non affronterò la questione in ogni minimo dettaglio. Esistono diverse ragioni che possono causare disoccupazione, ma mi concentrerò solo su quella che è la moda del momento: la disoccupazione tecnologica.

I tempi in cui la disoccupazione tecnologica era fantascienza sono andati da un pezzo. Da lungo tempo la gente si preoccupa di come i robot gli ruberanno il lavoro e la costringeranno a trovare altri modi di mantenersi. Se non mi credete, probabilmente non avete passato molto tempo su internet negli ultimi anni, e se vi sembra ci sia qualcosa di strano in questa frase, è perché ogni parola della stessa è linkata ad un articolo diverso sulla disoccupazione tecnologica e come i robot ci ruberanno il lavoro.

Pare quindi che ci sia ragione di essere un po’ in apprensione. O forse invece no.

La gente fa bene a preoccuparsi, perché ha bisogno di lavorare per vivere. A livello del singolo individuo è una gran fregatura essere licenziati perché un algoritmo ci ha resi superflui. Le difficoltà e, talora, la stigmatizzazione sociale legate alla disoccupazione sono cosa che non augurerei al mio peggior nemico. Tuttavia, da un punto di vista globale, il panico e talvolta la rabbia contro l’automazione sono alquanto buffi. Le macchine non si costruiscono da sole; le costruiamo noi, e la ragione per cui lo facciamo non è cambiata molto nel corso della storia: le costruiamo per fare quei lavori che non siamo disposti a – o capaci di – fare. Per questo dico che la cosa è buffa. Prima costruiamo macchine dopo macchine perché lavorino per noi, e poi ci lamentiamo che non abbiamo più da lavorare.

Per buona parte della nostra storia, le macchine non erano tanto sofisticate quanto lo sono oggi, e tutto ciò che potevano fare era al massimo rendere il lavoro meno pesante, ma bisognava comunque continuare a farselo in massima parte da sé. Fintanto che le macchine sono di questo genere, probabilmente non c’è molta scelta in termini di sistema economico: la maggior parte dei lavori (se non tutti), e in modo particolare quelli più essenziali, possono essere svolti solo dalle persone, e se il sistema funziona in modo tale che la gente deve lavorare se vuole vivere, allora questi lavori verranno svolti, e (in principio) tutti saranno (più o meno) felici e contenti. Il sistema ha funzionato così quasi fin dalla notte dei tempi, per cui non sorprende che tutti pensino che occorra lavorare per vivere. In verità, le cose non stanno così, strettamente parlando. Quello di cui abbiamo bisogno per vivere è cibo, acqua, riposo, e un posto dove stare. Non si mangia lavoro e non si bevono soldi, e questa è proprio la ragione per cui questo paradigma sta diventando problematico adesso che le macchine diventano sempre più intelligenti e versatili. Le macchine continuano a fare quello che sono state progettate per fare – liberarci dal lavoro – e diventano sempre più brave a farlo, fino al punto in cui potrebbero liberarci dal lavoro del tutto o quasi; ciononostante, continuiamo ad avere un sistema economico in cui, se non si lavora, non si ha accesso a quanto occorre per vivere. Se fossimo sufficientemente deficienti, potremmo finire col ritrovarci in una situazione in cui le macchine svolgono tutto il lavoro che c’è da svolgere, e producono tonnellate di beni e servizi che nessuno compra o usa perché… nessuno lavora e dunque nessuno ha i soldi necessari ad acquistare alcunché. Per fortuna, non siamo così deficienti.

Appare chiaro che la crescente automazione e il nostro modo di intendere il lavoro sono incompatibili. Rinunciare all’automazione significherebbe darsi la zappa sui piedi (dove per “zappa” intendo una bomba all’idrogeno), per cui occorre piuttosto rinunciare a questa idea medievale che gli individui necessitino di lavorare per vivere. Credo che sia un’idea completamente sballata. Al momento, il nostro sistema economico sembra incentrato sull’idea che tutti noi lavoriamo per assicurarci la sopravvivenza individuale, e la sopravvivenza della società sembra essere solo una conseguenza. A mio modesto modo di vedere, faremmo meglio a vederla all’opposto: la società ha bisogno di lavoro per vivere; l’esistenza della società, a sua volta, è ciò che permette all’individuo di sopravvivere. La ragione per cui dovremmo lavorare è mantenere la società, sapendo che ciò permetterà a ciascuno di noi di sopravvivere. La sopravvivenza individuale andrebbe separata dal lavoro.

In questo contesto sono senza ombra di dubbio alcuno l’ultimo arrivato. L’idea del reddito di base universale (in inglese, universal basic income o UBI) è diventata sempre più popolare negli ultimi anni. Detto in due parole, il reddito di base è una somma di denaro che viene pagata mensilmente dallo Stato ad ogni cittadino e/o residente, senza condizione alcuna. I dettagli della UBI vanno ben oltre lo scopo di questo articolo, per cui basti dire che è stata fatta un sacco di ricerca sulla UBI, diversi esperimenti hanno avuto luogo, e i risultati sono stati assolutamente positivi: al contrario di quello che si aspettavano i soliti menagramo e bastian contrari, la UBI non ha affatto esacerbato problemi sociali, e anzi li ha ridotti; ha ridotto la povertà, alzato il tasso di frequenza nelle scuole, migliorato l’economia e aiutato a creare nuove imprese. Più informazioni sugli esperimenti di UBI potete trovarle qui; altri esempi di esperimenti sono quello finlandese e quello dei Paesi Bassi.

Lo scopo della UBI non è quello di permettere a tutti di non lavorare, ma piuttosto di permettere a tutti di condurre una vita dignitosa anche se disoccupati. Dopotutto, il problema della disoccupazione non è che non tutto il lavoro che occorre fare viene fatto; il problema è che c’è gente che non riesce a vivere decentemente sebbene venga fatto anche più lavoro di quello che occorre. La ragione ultima per cui lavoriamo è sopravvivere, ed è ridicolo che, sebbene venga già svolto più di tutto il lavoro necessario a garantire la sopravvivenza di tutti, ci sia bisogno di “creare nuovi posti di lavoro” il cui unico scopo è quello di permettere alla gente di guadagnarsi da vivere. Questa espressione, mi si permetta di osservare, è un modo molto garbato e politicamente corretto di dire che la gente non si merita di vivere a meno che non se lo guadagni, e che dunque l’esistenza delle persone vada in qualche modo giustificata. Come ha detto Buckminster Fuller,

“We must do away with the absolutely specious notion that everybody has to earn a living. It is a fact today that one in ten thousand of us can make a technological breakthrough capable of supporting all the rest. The youth of today are absolutely right in recognising this nonsense of earning a living. We keep inventing jobs because of this false idea that everybody has to be employed at some kind of drudgery because, according to Malthusian-Darwinian theory, he must justify his right to exist. So we have inspectors of inspectors and people making instruments for inspectors to inspect inspectors. The true business of people should be to go back to school and think about whatever it was they were thinking about before somebody came along and told them they had to earn a living.”—(New York Magazine,  30 marzo 1970, pagina 30.)

In italiano (traduzione mia):

“Dobbiamo sbarazzarci di questa idea pretestuosa che tutti quanti debbano guadagnarsi da vivere. Oggi è un dato di fatto che una persona su diecimila può dar vita ad una svolta tecnologica in grado di mantenere tutti gli altri. I giovani d’oggi hanno pienamente ragione a dire che questa storia del guadagnarsi da vivere sia una sciocchezza. Continuiamo ad inventarci nuovi posti di lavoro in nome di questa falsa idea secondo cui tutti devono lavorare duro perché, secondo la teoria malthusiana-darwiniana, bisogna giustificare il proprio diritto all’esistenza. E dunque finiamo con l’avere ispettori che ispezionano ispettori e gente che produce strumenti affinché gli ispettori possano ispezionare altri ispettori. La vera occupazione delle persone dovrebbe essere quella di tornare a scuola e pensare a qualunque cosa stessero pensando prima che qualcun altro venisse a dirgli che dovevano andare a guadagnarsi da vivere.”

Lo stesso concetto è stato espresso molto più succintamente da Federico Pistono nel 2014:

“Forse il problema non è che non c’è più lavoro. Forse il problema è che il sistema economico vigente richiede che la gente lavori per vivere.”

Man mano che le macchine diventano sempre più intelligenti e in grado di sostituirci pressoché dovunque, l’idea di creare nuovi posti di lavoro per la gente diventa sempre più idiota: le macchine ci sostituiranno sempre di più, anche nei lavori più utili, essenziali, e difficili, e non avremo altra scelta che inventarci lavori stupidi e inutili che non hanno alcuna utilità reale. A quel punto, potremmo anche lasciare che le macchine facciano tutto ciò che occorre alla nostra sopravvivenza ma che è troppo noioso o pericoloso per noi, o qualsiasi cosa che non abbiamo voglia di fare, e dedicarci al lavoro che ci piace fare. L’assunto secondo cui la gente è fondamentalmente pigra e non lavorerebbe se non costretta è una balla, e lo sappiamo bene. Sono d’accordo che nessuno farebbe cose monotone, ripetitive e deumanizzanti (come l’omino degli hamburger al McDonald’s, lavare i pavimenti, pulire i bagni, o raccogliere i pomodori) a meno che non fosse assolutamente necessario, ma trovo difficile credere che ingegneri, fisici, chirurghi, archeologi, filosofi, astronauti, musicisti, e pittori, solo per citarne alcuni, facciano quello che fanno perché devono portare a casa la pagnotta. Le macchine non devono fare tutto, e non lo faranno a meno che non glielo ordiniamo. Possiamo benissimo ordinar loro di fare solo ciò che ci occorre per vivere e occuparci noi del resto, ma non per tirare a campare: piuttosto, perché è la nostra passione. Come ha detto Frances Coppola in The changing nature of work,

“I fundamentally disagree with those who think that people must be “forced” to work, or that government should “guarantee” a job. […] If people are intrinsically of value, then they have the right to survive with or without working. I therefore think we should guarantee basic income, rather than jobs. […] If people don’t have to work to survive, most will find or create work that fulfils themselves and benefits others, and we will all be the richer for it. There will be some who will opt to do nothing, but in my view they will be a small minority and we will be rich enough – and I hope generous enough – to tolerate their laziness.”

In italiano (traduzione mia):

“Sono fondamentalmente in disaccordo con chi pensa che la gente debba essere “costretta” a lavorare, o che il governo debba “garantire” un lavoro. […] Se le persone hanno valore intrinseco, allora hanno il diritto di sopravvivere con o senza lavoro. Perciò, ritengo che dovremmo garantire il reddito di base, anziché posti di lavoro. […] Se la gente non deve lavorare per vivere, la maggior parte troverà o creerà il lavoro che li soddisfa e che beneficia gli altri, il che ci arricchirà tutti. Qualcuno preferirà far nulla, ma per come la vedo io si tratterà di una minuta minoranza e saremo sufficientemente benestanti – e mi auguro generosi – da tollerare la loro pigrizia.”

Può darsi che l’ultima frase della citazione di Coppola vi abbia fatto storcere il naso. “Se io devo lavorare,” avrete pensato, “allora devono farlo anche tutti gli altri!” Ho ragione? Ma ciò non dimostra forse che, nel profondo, siamo abituati a pensare che il lavoro sia un’attività spiacevole che non faremmo a meno che costretti? Credo di sì, ma qui la questione non è il nostro atteggiamento nei confronti del lavoro. Piuttosto, direi che la questione è che, fintanto che la nostra sopravvivenza dipenderà direttamente dall’avere un lavoro, molti di noi finiranno con il dover fare un lavoro che detestano per semplice necessità. Se dobbiamo fare un lavoro che non ci piace solo per mantenerci, il pensiero che altre persone possano starsene lì a far nulla e ciononostante abbiano quanto gli occorre per vivere può apparirci ingiusto. Ma ciò succede solo quando le circostanze ci costringono appunto a fare un lavoro che non ci piace.

Provate ad immaginare un sistema come quello di cui parlavo qualche paragrafo fa. Lavori noiosi, pericolosi, e ripetitivi sono o del tutto automatizzati o resi superflui grazie alla tecnologia; c’è il reddito di base incondizionato o qualche altro sistema che garantisce la sopravvivenza a tutti. Non occorre più fare un lavoro che non ci piace (il che finora è stato un bel problema). Possiamo prenderci tutto il tempo che ci serve per capire cosa vogliamo fare della nostra vita. Possiamo mettere su la nostra impresa, o tornare a studiare, o proporci per altri posti di lavoro che ci interessano, sapendo che, anche laddove fallissimo, la nostra sopravvivenza non sarebbe messa a repentaglio. Una volta che staremo facendo il lavoro dei nostri sogni, che ci importa se c’è gente che preferisce far nulla? Non occorre che tutti lavorino per far girare il mondo, e noi facciamo quello che facciamo per passione. Semmai, dovremmo compatire quei poveri sfigati che, in un mondo che offre infinite possibilità, scelgono di allenarsi per il campionato mondiale di giramento pollici anziché sfruttare le immense opportunità che li attenderebbero là fuori.

Nel sistema che ho appena descritto, il primo requisito non è strettamente necessario: non occorre avere automazione su vasta scala prima di poter implementare il reddito di base e separare la sopravvivenza individuale dal lavoro. Ci stiamo già arrivando. Se raggiungessimo un tale livello di automazione (cosa che probabilmente raggiungeremo in tempi relativamente brevi), potremmo anche finalmente sbarazzarci del tutto dei soldi, cosa che ho sognato per anni. Man mano che il costo della vita si demonetizza sempre più, assegnare un prezzo alle cose diventa sempre più inutile. Alcuni pensano che ciò non succederà mai a causa della finitezza delle risorse; tuttavia, il problema può essere ovviato con mezzi di produzione più efficienti, e io non sono affatto persuaso che un sistema economico privo di moneta richieda necessariamente risorse infinite. Ma sto divagando.

È tempo di ritornare finalmente alla questione principale. Se il ringiovanimento facesse schizzare la popolazione alle stelle, avremmo abbastanza lavoro per tutti? Probabilmente no, giacché la disoccupazione è un problema già adesso, ma quel che importa è che l’assunto di questa domanda, e cioè che tutti devono lavorare per vivere, sta scricchiolando da un pezzo, e alla fine probabilmente crollerà del tutto. Prima che il ringiovanimento possa ipoteticamente (ipoteticamente! Non mi stancherò mai di ripeterlo!) causare un enorme incremento della popolazione, è assai probabile che il paradigma vigente sarà stato rimpiazzato da uno in cui la disoccupazione non è più un problema, per una ragione o per l’altra.

Potreste pensare che io stia abusando dell’assunto che la tecnologia e le lunghe tempistiche risolveranno ogni problema e che non stia rispondendo alla domanda, ma il fatto è che non si possono applicare possibili scenari di un futuro remoto alle situazioni presenti. Se ci fossero 15 miliardi di umani oggi, ciò risulterebbe quasi certamente in una catastrofe occupazionale; ma ha senso assumere che ciò sarebbe ugualmente catastrofico 100 anni da adesso, specialmente visto che i segni dei tempi che cambiano sono ben visibili già oggi? Per ripresentare il mio esempio preferito in un’altra salsa ancora, sarebbe stata una buona idea non creare i vaccini, o introdurre semplici norme igieniche a inizio 1800, sulla base della preoccupazione che ciò avrebbe ridotto le morti e dunque avrebbe potuto indurre una crescita della popolazione sufficiente da causare seria disoccupazione cent’anni dopo? Lascio a voi la risposta. (Suggerimento: no, sarebbe stata una follia.)^ Torna al sommario ^


^ 1. Una vecchia versione di questo articolo affermava, erroneamente, che le terre disponibili per uso umano avessero una superficie di soli 9.308.543,946 km2. L’errore era dovuto al fatto che avevo mal interpretato questo passaggio di Wikipedia:

It is estimated that one-eighth of Earth’s surface is suitable for humans to live on – three-quarters of Earth’s surface is covered by oceans, leaving one-quarter as land. Half of that land area is desert (14%), high mountains (27%), or other unsuitable terrains.

Il passaggio si riferisce alla superficie della Terra, incluse le terre emerse e le acque, per un totale di circa 510.072.000 km2, mentre io avevo assunto si riferisse solo alla superficie delle terre emerse, che è un numero molto più piccolo. Quindi in pratica ho diviso l’area delle terre emerse per otto quando in realtà non avrei dovuto, il che aveva fornito una stima dello spazio abitabile molto minore della stima reale. Torna su

L’obiezione della sovrappopolazione
Implicazioni morali Spazio, ambiente, risorse e occupazione Dinamiche demografiche
leafLeggi “Overpopulation” su LEAF (Vedi anche “Lack of resources” su LEAF)
Torna a
Obiezioni al ringiovanimento
Vai a
Obiezioni al vivere “per sempre”
Vai a
Tutte le risposte in breve
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...