Il ringiovanimento causerebbe ristagno culturale

Avrete notato che, nella maggior parte dei miei articoli, rispondo ad una certa obiezione presentando fatti e ragionamenti and essa contrari, anziché mettere subito in discussione la validità dell’obiezione stessa. In questo caso, però, davvero non posso trattenermi.

Siamo sicuri che il ringiovanimento causerebbe ristagno culturale? E come lo sappiamo? In base a supposizioni? Siamo davvero così certi che tutti quelli che raggiungono l’ottantina siano dei tali testoni, presuntuosi, ignoranti, segamaroni arroccati nelle proprie convinzioni che è meglio che muoiano, altrimenti apriti cielo? No, lo chiedo perché se ci fosse anche il minimo dubbio, io mi schiererei dalla parte di quelli che stanno per rimetterci la pelle.

Non è una battuta. Questa obiezione (come tante altre) si basa su preconcetti e stereotipi, e cioè appunto che tutti i vecchi siano delle zavorre per il progresso scientifico, culturale, sociale, e quant’altro. La posizione di chi sostiene questa obiezione soffre di un nugolo di difetti, che adesso ci spulceremo uno ad uno.

Il primo difetto è appunto quello di fare assunti indimostrati: “i vecchi sono un ostacolo al progresso”. Frasi come questa possono passare quando si chiacchiera del più e del meno al bar, ma quando si tratta di decidere se sviluppare o no terapie salvavita, c’è posto solo per i fatti e non per le ciance.

Il secondo difetto è che lo stereotipo ignora i controesempi. Che per caso la Margherita Hack e la Rita Levi-Montalcini erano due vecchie carampane che grazie a Dio si son levate di torno, sennò sai l’ostacolo al progresso? E tutti gli altri scienziati, filosofi, pensatori, luminari della medicina, eccetera eccetera, sono diventati tutti dei testardi caproni una volta raggiunta la vecchiaia? Quale sarebbe la massa critica di vecchi retrogradi necessaria a causare ristagno culturale, e siamo sicuri che sarebbe raggiunta a causa del ringiovanimento? Se non creassimo il ringiovanimento per essere sicuri di liberarci di coloro i quali ostacolano il progresso, nel contempo non ci staremmo tirando la zappa sui piedi, lasciando morire di vecchiaia tutti quelli che, a dispetto dell’età, sono degli innovatori dalla mentalità aperta? Non sono domande retoriche. Sono domande molto serie. Se uno viene a dirmi: “Il ringiovanimento non s’ha da fare, né ora e né mai, perché sennò il progresso si arresterebbe”, giacché questa affermazione significa né più e né meno che “i vecchi devono continuare ad ammalarsi e morire per il bene della società”, occorre che sia suffragata da prove schiaccianti, ed è più che lecito esigerle.

In terzo luogo, quand’anche fosse vero che la maggior parte delle persone si trasformino in reazionari raggiunta la sessantina, quando mai si è sentito che le cure mediche vengono negate a coloro i quali la cui mentalità non ci garba? “No, signora: lei ha 70 anni. Non gliela curo la malattia di cuore, ché non vorrei mai mi vivesse troppo a lungo e mi rallentasse il progresso sociale.” Messa così suona un po’ come una follia, no? Ma in realtà è anche peggio: non stiamo parlando di negare una terapia a qualcuno, ma bensì di opporsi alla creazione della terapia stessa, sulla base dell’assunto totalmente campato per aria che i suoi beneficiari rallenterebbero il progresso se vivessero oltre una certa età.

E chi è poi che non ha mai incontrato un ventenne che, a dispetto della gioventù, era già un reazionario fatto e finito? Appare chiaro che non è tanto l’età il fattore determinante che rende retrogradi e ottusi, quanto l’ambiente in cui si vive. Non mi risulta che bambini cresciuti in un ambiente conservatore, ad esempio dove ci si oppone strenuamente ai diritti degli omosessuali, vengano automaticamente su come dei pensatori liberali solo perché sono giovani; occorre che siano esposti a nuove idee e modi di pensare affinché li possano abbracciare, e se saranno abituati fin da giovani ad una mentalità aperta e tollerante, non c’è ragione per cui non debbano mantenerla anche a sessant’anni di distanza. Il problema della mentalità chiusa non lo risolveremo, e nemmeno lo conterremo, lasciando che i vecchi muoiano; lo risolveremo solo andando alla radice, insegnando a tutti a pensare con la propria testa e a non fossilizzarsi su idee preconcette. Per restare in tema, pensiamo appunto ai diritti degli omosessuali e al gay pride: lo scopo della manifestazione è quello di sensibilizzare la gente alla causa delle persone LGBT, e di cambiare la società per il meglio tramite il dialogo (che poi alcuni contestino il modo in cui la manifestazione ha luogo è un altro paio di maniche, e non ci interessa). Senza iniziative che mirino ad esporre nuove idee e nuovi modi di pensare, che diffondano la cultura e sensibilizzino le persone alle questioni globali, il progresso ristagnerà a prescindere da che gli anziani muoiano o meno. E non credo occorra che io sottolinei nuovamente la dubbia moralità del lasciare che la gente muoia di vecchiaia, quando lo si potrebbe impedire, per star sicuri di levarsi di torno chi non la pensa come noi.

Tuttavia, siamo d’accordo: alcune persone peggiorano con l’età. Ne ho conosciute. Ma l’esperienza personale di due o tre vecchi boriosi non può essere generalizzata per concludere che, se tutti vivessero molto più a lungo, tutti diventerebbero come questi due o tre casi in cui ci siamo imbattuti tutti. Ci siamo imbattuti tutti anche nei casi opposti: com’è che questi casi positivi vengono sommariamente liquidati come eccezioni alla regola fissa puntualmente generalizzata dai casi negativi?

Bisogna considerare il fatto che questo momento storico è piuttosto eccezionale, in termini di divario tra le generazioni. La generazione di mio padre (nato nel 1941) e quella di suo padre non erano poi troppo diverse l’una dall’altra, specialmente se si considera la differenza tra la mia generazione (1984) e quella di mio padre. È chiaro che gli anziani di oggi sono in media meno istruiti e più conservatori, perché vengono da un’epoca drammaticamente diversa da quella corrente. Questa potrebbe essere la ragione per cui non riusciamo ad immaginarci gli anziani che come una palla al piede del progresso umano. Gli anziani del 2050 (noi) saranno persone con titoli di studio superiori e abituati ad un mondo in costante cambiamento tecnologico e sociale, al contrario dei loro nonni. Non ha senso immaginare che, tra quarant’anni, saremo dei vecchietti smarriti e spaventati che non capiscono più il mondo che li circonda. Saremo abituati alla tecnologia e alla marcia inarrestabile del progresso; alle novità in rapida successione, e al fatto che i costumi cambiano. Sono disposto a concedere che, forse (forse), buona parte degli anziani di oggi sono più conservatori del resto di noi, ma non ha molto senso aspettarsi che questa sia una regola ferrea che vale per ogni generazione.

Ad ogni modo, sarebbe scorretto da parte mia supporre che una buona istruzione e la familiarità con la scienza e la tecnologia siano sufficienti a dotare tutti di una mentalità aperta e tollerante. Uno degli scienziati più importanti del secolo scorso, Max Plank, avrebbe detto che “la scienza avanza di funerale in funerale”, suggerendo (neanche tanto implicitamente) che di solito gli scienziati sono molto affezionati alle proprie teorie e tendono ad opporsi a eventuali teorie nuove che contraddicessero le prime, e che dunque solo con la morte dei vecchi scienziati arroccati sulle proprie posizioni le nuove teorie possono sperare di prendere piede. Francamente, solo perché questa cosa l’ha detta Max Plank, non significa che sia per forza assolutamente vera. Certo, Einstein non sopportava la meccanica quantistica perché rendeva la fisica probabilistica, e aveva addirittura scritto un articolo per attaccarla; si sbagliava, e di esempi di luminari dalle convinzioni errate ce ne saranno di sicuro parecchi altri. Ma il bello della scienza è che se una teoria è sbagliata, prima o poi ti esplode in faccia, dimostrando in modo plateale che avevi torto. Può darsi che, se in giro ci sono troppi conservatori, i cambiamenti sociali siano più difficili da raggiungere, perché non riguardano questioni assolutamente obiettive che possano essere dimostrate o smentite; ma la scienza non è questione di opinione, e se la teoria è sbagliata, presto o tardi un esperimento o dei calcoli più accurati lo dimostreranno inconfutabilmente. Ci sono sicuramente diversi modi in cui uno scienziato influente e troppo orgoglioso della propria teoria potrebbe comunque ostacolare l’attecchimento delle nuove e dunque il progresso umano, ma lo scopo ultimo dello stesso è quello di migliorare la nostra vita, ed è assolutamente innegabile che l’eliminazione delle malattie della vecchiaia costituirebbe un miglioramento senza precedenti, forse il più spettacolare della storia. Paradossalmente, chi si oppone al ringiovanimento per paura che le posizioni antiquate di taluni si frappongano tra l’umanità e la possibilità di una vita migliore potrebbe essere parte del problema che vorrebbe prevenire, proprio a causa della propria posizione antiquata.

Mentre non tutti gli scienziati anziani non sarebbero disposti a rinunciare alle proprie teorie se delle prove contrarie le mettessero in discussione, è vero che si osserva una maggiore tendenza al conservatorismo tra gli anziani che tra i giovani. Una volta che si siano tenuti da conto i fattori sociali e l’istruzione, resta altro? Probabilmente sì: la biologia. La ragione per cui da giovani è più facile apprendere nuove cose e accettare i cambiamenti di quanto lo sia da vecchi non è solo il fatto che un giovane ha meno idee preconcette; bisogna anche osservare che il cervello dei più giovani è generalmente più plastico di quello degli anziani. La plasticità neuronale è la capacità del cervello di creare nuove connessioni tra neuroni, e dunque di apprendere e cambiare. Sia questa capacità che quella di formare nuovi neuroni (la cosiddetta neurogenesi) tendono a diminuire con l’età, anche se non si estinguono mai del tutto. Dunque, se l’apertura mentale ha radici biologiche come appare legittimo supporre, è altrettanto plausibile che il ringiovanimento possa ripristinare questa capacità negli anziani. Non si tratta di una supposizione troppo azzardata: ci sono delle prove a supporto. Uno studio sull’eliminazione delle cellule senescenti dimostra che topi da laboratorio le cui cellule senescenti siano state regolarmente rimosse esibiscono un comportamento più “giovanile”: mentre i topi anziani “normali” tendono a passare quasi tutto il tempo ai margini della gabbia e a muoversi poco o nulla, topi anziani sottoposti a trattamento senolitico tendono a stare al centro e in generale ad esplorare l’ambiente. È presto per dire se il trattamento senolitico (o altre biotecnologie ringiovanenti) ci restituiranno di sicuro l’agilità mentale della gioventù, ma i dati sono incoraggianti.

Lasciatemi chiudere quest’articolo con un’ultima, semplice domanda. Se avallassimo l’idea secondo cui è giusto che la gente muoia di vecchiaia per scongiurare il ristagno culturale, così come noi vediamo gli anziani di oggi come possibili ostacoli al progresso, un giorno qualcuno vedrà noi allo stesso modo. Voi pensate che, quando avrete passato la novantina, sarete tanto conservatori e reazionari che sarebbe meglio per tutti se moriste?

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