Il futuro non sembra degno di essere vissuto

Davvero? È un’affermazione interessante, e mi chiedo se ci sia ragione alcuna di crederci. A dir la verità, penso che ci sia ogni ragione di credere il contrario, e cioè che il futuro sarà ben più che degno di essere vissuto. Ad ogni modo, non posso garantire che lo sarà. Non ho certo la palla di cristallo, ma d’altra parte non ce l’hanno nemmeno i catastrofisti. Possiamo tutti solo fare delle supposizioni, a prescindere da quanto “sicuri” i pessimisti si dicano che il futuro che ci attende sarà orribile e distopico. Tra poco discuterò i segni del futuro positivo in cui credo, ma prima che lo faccia, vorrei far notare alcuni problemi nel ragionamento dei professionisti della iattura che dicono che la vita non varrà la pena di essere vissuta e che quindi non vale la pena estenderla.

Anzitutto, la qualità della vita umana è migliorata, e non peggiorata, nel corso della storia. Sicuramente ci sono ancora cose che non vanno tanto bene quanto potrebbero, ma una volta ce n’erano molte di più. Sono d’accordo, è odioso che al governo di un certo Paese (chissà di quale parlo) si avvicendino crape dopo crape, per non parlare del fatto che la povertà e la carestia non sono ancora state eliminate del tutto, ma niente di tutto ciò implica che le cose andranno necessariamente peggio. I governi non durano più di tanto (specialmente in quel certo Paese), e la povertà e le carestie stanno lentamente sparendo dovunque nel mondo. Occorre tempo affinché cambiamenti di grande entità abbiano luogo, e il fatto che il mondo non sia ancora perfetto non significa che non lo sarà mai. In modo particolare, chi è ancora cronologicamente giovane dovrebbe rendersi conto che, ora che avrà 80 o 90 anni, sarà passato un sacco di tempo, durante il quale il mondo sarà certamente cambiato. Se decidessimo di non creare il ringiovanimento perché in questo preciso momento il mondo non è tanto rose e fiori quanto potrebbe essere, tra 60 anni potremmo ritrovarci come una manica di babbei malati e decrepiti con un piede nella fossa, pentiti di esserci opposti al ringiovanimento perché, nel frattempo, il mondo è diventato un posto molto migliore di quanto ci aspettavamo.

Inoltre, non dimentichiamoci del fatto che stiamo parlando di ringiovanimento, di cui l’estensione della vita è solo un’ovvia conseguenza. Senza il ringiovanimento, la nostra salute presto o tardi ci lascerà in tredici e le patologie dell’età busseranno alla nostra porta. Quand’anche nei prossimi decenni il mondo divenisse un posto peggiore, onestamente mi sfugge come essere vecchi e malati potrebbe migliorare la situazione. Se la morte dovesse mai diventare preferibile alla vita su questo pianeta, il suicidio indolore sarebbe un’opzione molto più umana ed efficiente del doversi passare il calvario della vecchiaia.

Tra l’altro, se siamo davvero tanto persuasi che il mondo non abbia speranze di migliorare in futuro, non c’è ragione di continuare a fare figli. Se diciamo che non vogliamo estendere la durata della nostra vita perché tanto il mondo è e sarà per sempre un posto orribile in cui vivere, sarebbe alquanto contraddittorio (per non dire crudele) mettere al mondo più gente. O il mondo non ha speranza e faremmo meglio a non lasciare discendenti che ci vivano, oppure può migliorare, nel qual caso potremmo anche restarci pure noialtri e iniziare a dare una mano a mettere ordine, anziché lamentarci che il mondo non si confà alle nostre aspettative.

Un momento, però. Ho detto e ripetuto che il mondo non ha fatto che migliorare. È ora che tiri fuori le prove di quello che dico. In quanto segue, vedrete l’andamento positivo piuttosto chiaro del progresso che stiamo compiendo, e in alcuni casi, questo progresso ha iniziato ad accelerare sul serio solo in tempi relativamente recenti. Al termine di ogni sezione troverete le fonti dei miei dati.

Povertà

Abbiamo di sicuro un problema con la povertà, ma non è così grave quanto si potrebbe pensare. In effetti, il numero di persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta (cioè 1,9$ al giorno) è in picchiata da due secoli, ed è passato da qualcosa tra l’84% e il 94% della popolazione mondiale a qualcosa come l’11% nel 2013, e i dati disponibili suggeriscono che questa percentuale è scesa ulteriormente al 10% nel 2015.

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Per usare le parole di Our World in Data (la mia fonte principale), ciò è  “[…] anche più notevole se si considera che la popolazione è aumentata di sette volte durante lo stesso arco di tempo. […] Durante un periodo di crescita demografica senza precedenti, siamo riusciti a tirare sempre più persone fuori dal baratro della povertà”. (Nell’originale inglese: “[…] even more remarkable when we consider that the population increased 7-fold over the same time. […] In a time of unprecedented population growth we managed to lift more and more people out of poverty) Non siamo poi tanto crape, vero?

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In cifre, ciò significa che il numero di persone correntemente al di sotto della soglia della povertà estrema è 746 milioni, concentrate prevalentemente in Africa e Asia. Il numero è comunque enorme, naturalmente, ma assai più piccolo di quanto non fosse in passato. Naturalmente, la soglia della povertà estrema è davvero bassa, ma anche nel caso della soglia meno bassa di 3,10$ al giorno, il numero di persone che vi si trova al di sotto ha continuato a diminuire negli ultimi duecento anni. Questo, mi si lasci ribadire, non vuol dire che queste persone sono dei ricconi che se la spassano, ma significa di sicuro che la povertà sta diminuendo, in modo stabile e rapido, dovunque nel mondo, cosa di cui la gente non sembra rendersi conto. Un recente sondaggio svolto nel Regno Unito (vedi più sotto) ha riscontrato che il 55% delle persone pensa che negli ultimi 30 anni la povertà sia aumentata, mentre in realtà in quell’arco di tempo la povertà è diminuita più rapidamente che in qualsiasi altro periodo storico.

La Banca Mondiale ha tra i propri obiettivi dichiarati quello di portare a zero la percentuale di gente che vive sotto la soglia di povertà assoluta entro il 2030%; secondo i tassi di crescita correnti, dovrebbero riuscire a ridurla solo fino al 4,8%, il che non è poi così male.

Fonte: Our World in Data: World Poverty.

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Fame e carestie

Parliamo della denutrizione, cioè l’assunzione di un numero di calorie giornaliere inferiore al minimo richiesto per una vita attiva e sana. Il grafico qui sotto illustra la situazione com’era nel 2015, mentre qui potete trovare un grafico interattivo che mostra la situazione nell’arco di un paio di decenni.

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Sebbene ci siano un bel po’ di Paesi per i quali non ci sono dati, molti di essi sono Paesi industrializzati, per cui possiamo star certi che non hanno un problema di denutrizione. Per il resto, solo uno (uno) degli altri Paesi tocca un tasso di denutrizione del 50%. In altre parole, in quasi nessun Paese del mondo c’è almeno il 50% di gente denutrita. La situazione non è stupenda, perché in alcuni Paesi il 50% lo si rasenta, ma non è neanche poi così male, specialmente se si considerano gli anni precedenti. L’Africa e alcune parti dell’Asia erano un po’ più rosse all’epoca, il che significa che la denutrizione era maggiore. Adesso chiediamoci, quanto male se la passano queste persone denutrite?

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Secondo la mappa qui sopra, non se la passano troppo male. Ancora una volta non abbiamo dati per ogni Paese del mondo, ma proprio come prima, molti di questi Paesi sono industrializzati. Nel 2015, il Paese che se la passava peggio era la Zambia, dove la dieta della persona media difettava circa 410 chilocalorie al giorno. Il resto della mappa tende alquanto al rosa, il che significa che la gente denutrita di quei Paesi necessiterebbe solo poche chilocalorie, nell’ordine di qualche decina. Vuol dire forse che tutto è in regola e questa gente sta solo seguendo una dieta? Niente affatto! La situazione è ancora brutta, ma probabilmente non tanto brutta quanto pensavate – e a costo di essere pedante, lasciate che vi ricordi ancora una volta che l’Africa era messa molto peggio solo pochi anni fa (vedi il grafico interattivo, che a proposito offre diverse opzioni per vedere i dettagli ogni singolo Paese). La situazione complessiva è illustrata qui sotto:

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Potrebbe andar meglio, ma anche molto peggio. Infatti, era molto peggio. (Parlando di carestie, la tabella a fondo di questa pagina mostra che il numero di vittime delle carestie è diminuito parecchio col passare del tempo.)

Fonti: Our World in Data: Hunger and undernourishment; Our World in Data: Famine.

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Salute e istruzione

Magari Our World in Data mi farà causa per plagio, ma per vostra convenienza riporto alcuni dei loro grafici dalla pagina Global Health. Suggerisco caldamente di darci un’occhiata: quanto segue è solo un riassunto, e il riassunto del riassunto è che la salute è migliorata parecchio a livello globale nel passato relativamente recente.

L’aspettativa di vita è aumentata al punto che, nel 2012, si aggirava attorno ai 75 anni e oltre per la maggior parte dei Paesi del mondo, e le eccezioni si trovavano principalmente in Africa con una aspettativa di vita media di circa 50 anni.

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Questa mappa interattiva mostra l’aumento della vita media nel corso degli anni. Nell’800, questo aumento è stato minimo e ristretto principalmente ai Paesi occidentali; negli anni ’50 del Novecento, l’aumento è stato molto più significativo e, ancora una volta, ha avuto luogo principalmente in occidente. Nel 2012, l’aumento è stato modesto in occidente e molto significativo nei Paesi in via di sviluppo, il che significa che la situazione odierna è complessivamente molto più bilanciata. Tuttavia, bisogna tenere conto del fatto che i Paesi occidentali si sono imbattuti nella soglia delle malattie della vecchiaia, e finché il ringiovanimento non diventerà realtà, non ci si può attendere che l’aspettativa di vita aumenti ancora in occidente. In altre parole, l’occidente è un attimino bloccato lì dove si trova, e il resto del mondo lo sta raggiungendo in fretta. Presto o tardi, anche il resto del mondo si troverà bloccato là dove si trove l’occidente, a meno che il ringiovanimento non entri in gioco.

Tra l’altro, storicamente l’ineguaglianza dell’aspettativa di vita all’interno di uno stesso Paese era sempre stata a livelli piuttosto alti, ma non ha fatto altro che precipitare per secoli anche in Paesi in via di sviluppo.

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La mortalità infantile e materna stanno diminuendo anche loro, e ancora una volta, ahimè (e ahiloro), l’Africa è in testa con i tassi più alti.

È importante notare che mentre il totale delle morti “premature” (cioè non legate alla vecchiaia; faccio fatica ad usare un termine così sfacciatamente improprio) e degli anni persi per colpa di disabilità varie sono in generale alquanto bassi (ancora una volta con picchi in Africa), “l’invecchiamento della popolazione mondiale sta conducendo ad un sostanziale aumento nel numero di individui con una sequela di malattie e lesioni.” (Nell’originale inglese: “[a]geing of the world’s population is leading to a substantial increase in the numbers of individuals with sequelae of diseases and injuries”. Traduzione: le malattie non legate all’età sono diminuite. Quelle legate all’età sono aumentate un casino.

Circa l’istruzione, sarò breve: l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica, e gli anni di istruzione sono aumentati ovunque nel mondo negli ultimi decenni (e talora anche secoli). La disuguaglianza di genere è sparita quasi del tutto e ci si aspetta continui a diminuire. Il grafico qui sotto è uno spaccato della popolazione mondiale totale suddivisa in base ai livelli di istruzione tra il 1970 e il 2100.

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L’andamento è chiaro: il numero di persone con poca o nessuna istruzione sta calando. Sempre più persone raggiungono livelli sempre maggiori di istruzione e continueranno a farlo. Per i dettagli della situazione di Paesi individuali nell’arco di tempo che va dal 1970 al 2050, consultate questo grafico.

Sources: Our World in Data: Health; Our World in Data: Education.

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Guerra e violenza

Siamo bombardati (scusate la battuta) di continuo da notizie di guerre civili, attacchi terroristici, omicidi, e chi più ne ha più ne metta, e ciò può facilmente creare l’impressione che ci troviamo nel guano sino al collo. La domanda è: ma stiamo davvero messi tanto male? La risposta è “non proprio”.

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Il grafico qui sopra mostra cosa si ottiene se si suddividono gli ultimi 500 anni di storia in intervalli di 50 anni e si sommano assieme tutti gli anni durante i quali singoli Paesi Europei hanno preso parte ad un conflitto internazionale durante quei 50 anni. Tra il 1500 e il 1550, i Paesi europei hanno combattuto per un totale di 504 anni. Mica male, per un periodo così breve, è vero? Quando si dice l’efficienza! Sia come sia, tra il 1951 e il 2000, abbiamo combattuto per “soli” 74 anni, il che in 50 anni è ancora tanto, ma sapete com’è, è comunque quasi 10 volte di meno che tra il 1500 e il 1550. Difatti, l’Europa è stata straordinariamente pacifica durante la seconda metà del ventesimo secolo, e questo andamento discendente può essere osservato su vasta scala:

ourworldindata_percentage-of-years-in-which-the-great-powers-fought-one-another-1500-2000

Avete notato che i grandi conflitti sono essenzialmente scomparsi tra il 2000 e il 2015? Lo so, lo so, ce ne sono di più piccoli che continuano, il che lascia a desiderare. La guerra è sempre male, a prescindere dalle dimensioni, ma di sicuro concorderete che è meglio avere i conflitti relativamente minori di oggi che le guerre assurdamente lunghe del passato. Mentre ogni vita persa è una tragedia, perderne di meno è meglio che perderne di più, e conflitti minori causano molte meno vittime. Questa era la situazione delle morti a causa guerra fino al 2007.

ourworldindata_war-deaths-by-world-region

In soldoni: qualche guerra si combatte ancora, ma il mondo non è mai stato tanto in pace quanto lo è oggi.

Parlando invece di violenza interpersonale, ad esempio di omicidi, osserviamo che c’è ancora del lavoro da fare in Africa e America Latina, ad esempio, ma non va poi così male nel resto del mondo, e nei Paesi sviluppati – ad esempio quelli qui sotto – si è osservato un andamento positivo nel corso dei secoli.

ourworldindata_homicide-rates-in-five-western-european-regions-1300-2010-max-roser

Fonti: Our World in Data: War and Peace; Our World in Data: Homicides.

Non ha molto senso continuare a fare copiancolla di dati e grafici. Credo di avere fornito lo spunto per ulteriori ricerche a chi desiderasse farne. Potete dare un’occhiata più nel dettaglio a Our World in Data, ai dati di Peter Diamandis, o a GapMinder, e decidere se credete che il mondo sia davvero un tale postaccio (o che lo sarà in futuro) che l’invecchiamento e la morte sarebbero preferibili ad una vita più lunga in buona salute. Dopo tutto, ciascuno di noi ha la propria idea di “bene” e “male”, per cui immagino che stia a voi decidere se il mondo vada abbastanza bene per i vostri standard. Per quanto mi riguarda, il punto in cui preferirei l’invecchiamento e la morte alla vita ancora non si vede manco con Hubble.

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Aspettate! Non ho finito!

A prescindere da che pensiate o meno che valga la pena di vivere nel mondo del futuro, è probabile che la situazione attuale sia migliore di quanto non pensi il Mario Rossi qualunque. Magari questo non è il vostro caso, perché siete bene informati e controllate sempre come stanno le cose prima di saltare alle conclusioni, ma di sicuro non vi sarà sfuggito il pessimismo di massa della gente circa questioni come quelle di cui sopra e il futuro in generale. Volete un esempio? Nel 2013, alla gente del Regno Unito è stato chiesto se pensava che, negli ultimi 30 anni, la povertà estrema a livello mondiale fosse aumentata, diminuita, o rimasta identica. La risposta esatta era che durante quei trent’anni, la povertà è diminuita più rapidamente che in qualsiasi altro periodo storico, ma i sudditi di Sua Maestà avevano un’opinione un pochino diversa:

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La bellezza del 55% dei partecipanti pensava che la povertà fosse aumentata. Solo il 12% ci ha azzeccato, e bisogna tenere conto che gli intervistati non erano degli sfigati qualunque, ma gente laureata. La storia non migliora di molto negli Stati Uniti: pagina 8 di questo file mostra che il 66% pensava che la povertà estrema fosse quasi raddoppiata negli ultimi 20 anni, mentre invece si era quasi dimezzata.

Perché? Perché si tende a pensare che ce la passiamo tanto male e che il futuro sia cupo, in barba a tutti i dati che dimostrano quanto siamo migliorati, quanto meglio si stia oggi rispetto al passato, e che possiamo aspettarci di fare anche di meglio? Ecco come la vedo io.

  • Ci concentriamo sul particolare anziché sul generale. Quando per strada notiamo un mendicante, pensiamo sia un segno che la povertà aumenta. Sentiamo alla TV della guerra civile nel Paese X, e pensiamo che il mondo intero sia in guerra. Un singolo omicidio perpetrato dai neonazi ci fa temere che il loro movimento stia crescendo e prendendo piede. Tuttavia, non siamo molto consapevoli di fatti statistici come quelli che ho discusso finora; notiamo quello che accade nelle immediate vicinanze, o quello di cui ci parlano i media, e lo generalizziamo. Non siamo stupidi; per dirla come la dice GapMinder, la ragione è che

    “Statistical facts don’t come to people naturally. Quite the opposite. Most people understand the world by generalizing personal experiences which are very biased. In the media the “news-worthy” events exaggerate the unusual and put the focus on swift changes. Slow and steady changes in major trends don’t get much attention. Unintentionally, people end-up carrying around a sack of outdated facts that you got in school (including knowledge that often was outdated when acquired in school).”

    In italiano (traduzione mia):

    “La statistica non riesce naturale alla gente. Tutt’altro. La maggior parte delle persone si fa un’idea del mondo generalizzando le proprie esperienze personali, che sono molto di parte. Nei media, negli eventi che fanno notizia si esagera ciò che è inusuale e l’enfasi viene messa su cambiamenti repentini. Cambiamenti lenti ma costanti nell’andamento di questioni globali non ricevono molta attenzione. Inavvertitamente, la gente finisce per portarsi dietro un bagaglio pieno di fatti datati che hanno appreso a scuola (compresi fatti che erano già datati allora).”

  • Abbiamo il pallino della drammatizzazione. Personalmente ritengo sia normale sentirsi inquieti e preoccupati per il futuro ogni volta che si sentono brutte notizie. Le cattive notizie ci mettono di cattivo umore, e quando si è di cattivo umore è facile vedere tutto nero. Potrebbe essere un adattamento evolutivo (ma badate che questa è solo una mia congettura personale): un pizzico di pessimismo quando le cose vanno male ci potrebbe mettere in guardia e aiutarci a restare in vita più a lungo di quelli che invece sottostimano quanto le cose stiano andando male. Un tocco di pessimismo può anche andare, magari fa anche bene, ma catastrofizzare ogni pelo incarnito mi pare troppo.
  • Argumentum ad populum. Quando un sacco di gente attorno a noi non fa che ripetere e convalidare tutti gli stereotipi su povertà, tragedie e catastrofi assortite, supposta cattiveria intrinseca dell’essere umano, eccetera, è facile pensare che abbiano ragione perché sono in tanti. Dissentire dalla maggioranza non è facile, e molti preferirebbero dargli ragione anziché prendersi il disturbo di contraddirla.
  • Le cattive notizie vendono. Come si diceva sopra, i media tendono a enfatizzare le cattive notizie a discapito delle buone. Siamo più interessati alle cattive notizie che alle buone per via del potenziale pericolo che rappresentano per noi stessi e i nostri cari. Le buone notize sono generalmente meno interessanti, a meno che non ci tocchino da vicino. Siccome i media campano di notizie, ne danno più cattive che buone, dandoci l’impressione che tutto vada male e niente vada bene.
  • Si tende ad ignorare ciò che è positivo. Quante volte vi è capitato che, dovendo consolare un amico depresso perché ha fatto una cagata, gli avete ricordato di tutte le volte in cui invece ha avuto successo, e per tutta risposta vi ha detto che “quello non conta”? È successo a tutti e l’abbiamo fatto tutti, e sospetto che non lo facciamo solo quando si tratta di noi stessi. Mi chiedo quanta gente, leggendo questo articolo, abbia pensato: “Va bene, la povertà è diminuita. E allora? Non è mica a zero.” Occorre imparare ad apprezzare qualsiasi miglioramento ottenuto, e capire che migliorare le cose richiede tempo, a volte parecchio. Cosa ancora più importante, dovremmo davvero imparare ad apprezzare il fatto che stiamo migliorando davvero in fretta di questi tempi, e smetterla di piagnucolare che il mondo non è ancora perfetto. Bisogna piantarla di perpetuare falsi miti sulle condizioni del mondo e concentrarsi su problemi reali che ancora necessitano attenzione, incluso l’invecchiamento (ma non solo quello). (Detto tra parentesi, sospetto che più di una distorsione cognitiva contribuisca ad alterare la nostra percezione del mondo.)
  • Dissonanza cognitiva. Questo fenomeno avviene quando una credenza che si è ritenuta vera per lungo periodo viene messa in discussione da fatti contrari. Se avete pensato per anni e anni che il mondo andasse a catafascio e poi io me ne vengo con questo articolo e vi dico che non è vero un tubo per questa e quest’altra ragione, la tentazione che potreste avere è quella di fregarvene delle ragioni che adduco e continuare a credere che il mondo sia un enorme gabinetto che orbita attorno al sole. In alcune circostanze, quando viene mostrata loro evidenza contraria alle loro credenze, alcune persone finiscono per incaponirsi ancora di più a credere nelle loro convinzioni errate. (Ho discusso questo fenomeno anche nel contesto dell’invecchiamento.)
  • Una spiegazione più esaustiva del nostro pessimismo la trovate qui.

    Riassumendo: no, non ce la passiamo male. Non ce la passiamo nemmeno benissimo, ma tutto sommato le cose vanno bene. La situazione migliora ormai da parecchio, è c’è ragione di credere che le cose continueranno così. Se quello che volete sono certezze, temo di non potervene dare alcuna, ma c’è di sicuro ragione di essere ottimisti. Il meglio che possiate fare è fare la vostra parte, seppure piccola, per aiutare a rendere il mondo un posto migliore. Ora la domanda è: se e quando il mondo sarà migliore, preferireste essere giovani e sani, oppure vecchi e malati (o magari morti)? Per me, la scelta è semplice.

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    Sono infinitamente riconoscente allo staff di Our World in Data per il loro fantastico lavoro. Abbiamo bisogno di più gente come loro.

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