Benefici per la società

Il ringiovanimento non avrebbe benefici solo per i singoli individui e le loro famiglie; i benefici sarebbero della società tutta, per diverse ragioni che mi accingo a discutere e che dovrebbero essere più che sufficienti a fare della ricerca sulle biotecnologie ringiovanenti una priorità assoluta.

Le grandi menti resterebbero tra noi più a lungo

Chi non si è mai dispiaciuto della morte di grandi uomini e donne? Quante volte abbiamo detto che avremmo potuto ancora beneficiare della saggezza e la conoscenza dei vari Einstein, Montalcini, Fermi, Curie, se solo fossero vissuti più a lungo?

Pensiamo a quanto più speditamente procederebbero la scienza e il progresso se i nostri più grandi fisici, dottori, ingegneri, filantropi, eccetera, potessero vivere una vita indefinitamente lunga. Ricordiamoci che non si sta parlando di una lunga vita passata malati e decrepiti; stiamo parlando di un Einstein con la saggezza di due secoli ma l’agilità fisica e mentale di un venticinquenne. Forse, se fosse stato ancora vivo, Einstein avrebbe potuto trovare il modo di unificare la relatività generale con la meccanica quantistica – un problema la cui soluzione elude ogni sforzo delle migliori menti da decenni. Ogni qualvolta muore un grande (o anche una persona qualunque, se è per questo), la sua esperienza, unica e irripetibile, è perduta per sempre. Lasciamo perdere il fatto che ci saranno sempre altri esperti o che ci saranno sempre libri da cui attingere conoscenza; non è affatto la stessa cosa. Il ringiovanimento ci consentirebbe di beneficiare della conoscenza e saggezza dei migliori di noi per i secoli a venire. (Tra parentesi, grazie al ringiovanimento, scienziati e ricercatori di tutto il mondo non avrebbero più da temere di poter morire prima che la grande scoperta che nel loro campo si insegue da una vita sia finalmente compiuta.)

Naturalmente, anche la saggezza e le conoscenze della gente comune possono rivelarsi preziose. Se, da un lato, buona parte della conoscenza umana finisce con il diventare obsoleta (cosicché, ad esempio, non ci sarebbe da preoccuparsi che l’esperienza di lavoro di cent’anni fa di un duecentenne possa rappresentare un vantaggio sleale nei confronti di persone più giovani), dall’altra alcune esperienze di vita non perdono mai il loro valore. Immaginate tutte le cose che un nonno di 300 anni potrebbe insegnarvi! Sarebbe fantastico poterci discutere di tutte le cose che gli sono capitate, e di cosa ne pensi del corso della storia e della civiltà che ha vissuto in prima persona. Per di più, bisogna tenere a mente che una vita dalla durata molto maggiore consentirebbe di avere figli in età molto più avanzata che adesso. Se il vostro primo figlio nascesse quando avrete 80 anni, beneficerebbe senz’altro parecchio della vostra più lunga esperienza di vita. Avreste molto di più da insegnare a dei figli avuti molto più tardi, il che potrebbe rendervi genitori migliori di quanto sareste altrimenti. Se poi il bambino avuto a 80 anni non era il vostro primo figlio, anche meglio, poiché la vostra esperienza di genitori sarebbe molto più lunga.

Non dimentichiamo inoltre che il ringiovanimento permetterebbe di avere con noi testimoni oculari del passato. La nostra conoscenza della storia si basa spesso su fonti incomplete o imperfette, che per una ragione o per l’altra non riescono mai a darci un quadro completo delle epoche storiche. Persone nate 500 anni fa non ricorderebbero certo tutto quello che hanno vissuto nel dettaglio, ma potrebbero in ogni caso fornire punti di vista che al momento è del tutto impossibile ascoltare.

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Niente più pensioni

Perché diamo la pensione a chi ha più di sessant’anni, anno più anno meno? Semplice: perché è più o meno a quell’età che si comincia a diventare inidonei al lavoro. Gli anziani non lavorano, e dunque non producono ricchezza, però ne consumano sotto forma di pensioni. Questo, come discuto qui, è un problema, specialmente adesso che il numero di anziani continua a salire.

In due parole, il modo in cui il sistema pensionistico funziona è questo: una parte dello stipendio che si percepisce (o dei propri guadagni) viene accantonata dallo Stato per il proprio fondo pensione. Ciò non significa che lo Stato tenga quella percentuale sotto il materasso in attesa che il contribuente vada in pensione; al contrario, viene utilizzata per finanziare quelle pensioni che devono essere pagate oggi. Quello che il sistema pensionistico fa è semplicemente tenere traccia di quanto dovrà al contribuente quando questi andrà in pensione, basandosi sui contributi versati e su quanto a lungo si aspetta che vivrà dopo aver lasciato la forza lavoro. Poi, quando il contribuente sarà in pensione, il suo vitalizio verrà pagato dai contributi della forza lavoro attuale.

Il problema sta nel fatto che se il numero dei pensionati è sufficientemente alto e quello dei lavoratori è sufficientemente basso (il che è destinato ad accadere, se si considerano l’aumento della vita media e la diminuzione delle nascite), il sistema crolla. Economisti e politici si preoccupano in continuazione di come salvare il sistema pensionistico, armeggiando con tassi e politiche economiche, ma farebbero meglio a lasciar perdere quelle robe e usare un po’ di sano pensiero laterale: se il problema è che non possiamo provvedere al sostentamento di una popolazione sempre più anziana, allora occorre rendere la popolazione anziana nuovamente in grado di provvedere al proprio sostentamento. Mi rendo conto che non sia facile farsi venire un’idea simile, perché probabilmente la maggior parte di noi non pensa che sia neppure lontanamente fattibile. Ciononostante, delle terapie ringiovanenti che funzionassero davvero manterrebbero le persone idonee al lavoro per un tempo indefinitamente lungo, il che significa che si potrebbe continuare a lavorare a prescindere dall’età. Il risultato è che tutti noi potremmo continuare a contribuire ricchezza alla società per molto più a lungo di quanto non facciamo adesso, e che non consumeremmo più ricchezza sotto forma di pensioni. (O, per lo meno, non tanto quanto prima: è concepibile che uno voglia andare “in pensione” per un paio d’anni dopo trent’anni passati a fare un certo mestiere, prima di riprendere o magari di cambiare completamente lavoro.) Finanziare la ricerca per il ringiovanimento (e pagare per le terapie di ognuno) dovrebbe dunque essere tra le priorità di ogni Stato con un minimo d’istinto di conservazione.

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Niente più geriatria

Quanto costano le cure mediche per una malattia che non si manifesta mai? Non è una domanda a trabocchetto, e la risposta è davvero “niente”.

La geriatria è una branca della medicina mirata alla cura delle persone anziane. Al contrario della biogerontologia, la geriatria non si concentra sulle cause delle malattie legate all’età, ma piuttosto sulle malattie stesse. Questa è la ragione per cui la geriatria non ha grandi speranze di migliorare le condizioni di vita del paziente, tantomeno salvargli la vita. La geriatria può alleviare i sintomi della vecchiaia e ritardare leggermente l’inevitabile, ma niente di più. Man mano che il paziente invecchia, diventa sempre più difficile per la geriatria aiutarlo, semplicemente perché gli anziani non rispondono alle cure tanto bene quanto le persone giovani. In breve, la medicina geriatrica non può fornire altro che una serie di terapie (che qualcuno – il paziente, lo Stato, o un’assicurazione – dovrà pur pagare) che non possono salvare il paziente, e nella migliore delle ipotesi possono solo rendergli l’esistenza un pelo meno miserabile. Lo stesso dicasi per case di riposo e altri servizi per gli anziani. È un bene che esistano, perché sono meglio di niente, ma non molto meglio di niente. La geriatria non restituirà la vista a chi l’ha perduta, né permetterà di alzarsi dalla carrozzina e saltellare in giro a chi non riesce più a camminare. Come le pensioni, la geriatria esiste solo perché abbiamo a cuore le persone che non sono più in grado di provvedere a sé stesse, ma a parte questo, è alquanto inutile. Si tratta di soldi buttati dalla finestra che non ritorneranno mai più, perché gli anziani consumano ricchezza ma non ne producono.

Ora, se la ragione per cui le pensioni e la geriatria esistono è che abbiamo a cuore i bisogni di chi è nato molto tempo fa, e se in ogni caso occorre spendere soldi per prendersi cura di questi bisogni, perché non spenderli per qualcosa che può farci prendere due piccioni con una fava? Le biotecnologie contro l’invecchiamento impedirebbero alle malattie dell’età avanzata di manifestarsi, e dunque ci permetterebbero di prenderci cura dei bisogni degli anziani in un modo talmente completo ed efficace che la geriatria non potrebbe neppure sognarselo. Anzi, le biotecnologie ringiovanenti renderebbero la geriatria completamente obsoleta, facendo scomparire come d’incanto un sacco di spese pressoché inutili. I soldi che si risparmierebbero in questo modo potrebbero essere usati per un sacco di altre cose, senza contare poi la ricchezza che gli anziani ringiovaniti potrebbero continuare a produrre con il loro lavoro, a beneficio della società intera.

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Potremmo diventare più lungimiranti

Talora, alcuni utilizzano la presunta inevitabilità della morte per giustificare ogni sorta di cattive abitudini e comportamenti autodistruttivi. Ad esempio, un fumatore può giustificare il fatto che fuma – sebbene sia arcinoto che il fumo accorcia la vita – dicendosi che tanto prima o poi si muore lo stesso.

A mio modesto parere, solo uno sciocco potrebbe pensarla in questo modo. Se la vita è di durata limitata, è certo meglio non renderla più corta di quanto non debba essere già. Sicuro, un fumatore potrebbe farsi due conti e concludere che il piacere che ottiene dal fumo vale più degli anni di vita che potrebbe perdere per colpa del fumo stesso; in ogni caso, questi dovrebbe tenere conto anche degli altri effetti negativi del fumo – sui denti, le unghie, la pelle, la capacità di salire due scalini senza sentirsi morire – che possono manifestarsi ben prima della morte prematura.

A prescindere da tutto ciò, questa sciocca argomentazione è incentrata sulla premessa che prima o poi dobbiamo morire, e che quindi non importa tanto se la cattiva abitudine che ci concediamo ci uccide un po’ in anticipo. Può darsi, ma se invece la cattiva abitudine ci uccidesse un sacco prima? Tipo infinitamente prima? Vale la pena di sacrificare l’eternità (potenziale) per le sigarette? Probabilmente no. Può dunque darsi che la promessa di una vita indefinitamente lunga possa fungere da deterrente per coloro i quali persistono in cattive abitudini, quale il fumo, dannose per sé e per gli altri. (Ma non ci scommetterei.)

È inoltre possibile che una durata della vita molto maggiore possa rendere la gente più sensibile ai problemi globali, ad esempio quelli legati all’ambiente. Se uno ha solo un’ottantina d’anni da passare sulla Terra, ed è improbabile che il suo comportamento antiecologico abbia seria conseguenza alcuna durante l’arco della sua vita, potrebbe benissimo decidere che delle generazioni future non gliene frega un beneamato e continuare a inquinare e/o ritirare il proprio Paese da un accordo non vincolante sul clima che solo altri due Paesi al mondo non avevano sottoscritto. (Dico così per dire.) Costui potrebbe dire: “Continui l’agricoltura non sostenibile! Si aprano nuove centrali a carbone! Lunga vita all’inquinamento ambientale e lo spreco di risorse! Fatti sotto, riscaldamento globale! Chi se ne frega? Tanto, io sarò morto ben prima che questi problemi mi possano riguardare.” La musica potrebbe cambiare se la vita, anziché limitata ad un’ottantina d’anni, avesse durata indefinita, perché presto o tardi le conseguenze delle proprie azioni sconsiderate riguarderebbero anche chi queste azioni le ha compiute. Se le conseguenze del riscaldamento globale non si faranno serie, per dire, prima di altri 100 anni, ma io mi aspetto di essere ancora vivo e vegeto per allora, è di certo nel mio interesse fare di tutto per impedire che quelle conseguenze si manifestino. Dunque, una durata della vita indefinita (o almeno molto maggiore di adesso) potrebbe rendere le persone molto più rispettose dell’ambiente per il loro stesso bene, il che comunque gioverebbe a tutti. (Ma neanche su questo ci scommetterei.)[1]

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Prossimo articolo: Gli assi nella manica di Aubrey >>


[1] Questo discorso sembra fare a botte con quello che dicevo in un altro articolo, in cui confutavo l’assunto secondo il quale una durata della vita illimitata renderebbe la gente paranoica, terrorizzata al pensiero che il minimo rischio potrebbe toglier loro la vita “eterna”. Questa contraddizione, in realtà, è solo apparente.

Come spiegavo nell’articolo di cui sopra, la faccenda si riduce alla valutazione dei rischi e dei benefici delle proprie azioni. La sostanza di quell’articolo era che decidiamo se correre un rischio o meno a seconda di quanto sia grosso il rischio, e di quali siano i benefici che ci aspettiamo ne potrebbero derivare. Se il rischio è minimo e i benefici sono grandi, ha senso correre il rischio. Ad esempio, sebbene ci sia una probabilità non nulla di morire in un incidente aereo mentre ci si reca in vacanza, questa probabilità è infima; è assai più probabile arrivare a destinazione tutti interi, godersi la vacanza, e tornarsene tranquillamente a casa. In un mondo post-invecchiamento, la vita che rimane da vivere è sempre potenzialmente infinita; quindi si potrebbe ragionevolmente obiettare che, a prescindere da quanto piccola sia la probabilità di morire in un incidente aereo, fintanto che questa probabilità non è zero la perdita attesa per quel viaggio è sempre enorme se non infinita, quasi certamente maggiore di qualunque beneficio si otterrebbe dalla vacanza. Ciò è vero matematicamente parlando, ma non cambia il fatto che le probabilità di una tale eventualità siano ridicolmente piccole. La perdita attesa potrà anche essere enorme, ma le probabilità di perdere alcunché sono e restano minuscole.

Il discorso cambia nel caso delle cattive abitudini e dei comportamenti antiecologici, perché al contrario dei viaggi aerei, i loro effetti sono cumulativi. Che io abbia volato dieci o diecimila volte, le probabilità che qualunque dato aereo precipiti non cambiano. Salire su un aereo dopo averne già presi centomila non rende più probabile che quest’ultimo aereo precipiti. Più aerei prendo, più probabile è che un aereo sfortunato sia tra quelli che ho preso; ma a prescindere da quanti aerei io abbia già preso, le probabilità che l’aereo specifico su cui sono seduto adesso precipiti non cambiano di una virgola. In modo del tutto simile, le probabilità di morire stirato da un’automobile mentre attraverso la strada non sono più alte se ho già attraversato la strada un milione di volte anziché solo cento. La ragione è che questi eventi sono indipendenti l’uno dall’altro. Non hanno conseguenze che si accumulino e aumentino le mie probabilità di finire nei guai.

Quanto sopra non vale per il fumo e l’inquinamento ambientale. Una singola sigaretta non ha speranze di causarmi seri danni da sola, ma se ne fumassi un milione, la minuscola quantità di danno che ogni sigaretta mi causerebbe si accumulerebbe assieme alle altre, peggiorando di poco la situazione ogni volta e aumentando le mie probabilità di malattie ad ogni tirata che faccio. Un po’ di CO2 non causerà il riscaldamento globale da solo, ma ogni molecola di CO2 in circolazione si accumulerà assieme alle altre, finché un giorno la frittata sarà fatta. In casi del genere, i rischi che si stanno correndo sono molto più significativi nel lungo periodo di quanto non lo siano prendere un aereo, attraversare la strada, e cose simili, mentre i supposti benefici a breve termine del fumo e dell’infischiarsene della salvaguardia dell’ambiente sono quantomeno discutibili. Ha senso correre rischi minimi con grandi benefici, ma non rischi maggiori e cumulativi, o con benefici poco chiari. Tutto ciò è vero a prescindere da quanto potenzialmente lunga sia la propria vita.

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